La
Preistoria
I primi uomini giunsero nell'isola in un intervallo di tempo compreso
tra il 6000 e il 3000 a.C. Presumibilmente, ma tanto vi è
ancora da scoprire e studiare, l'uomo arrivò dal mare e
da diverse direzioni: dalla Spagna, approdando nei pressi degli
stagni di Cabras e Santa Giusta; dall'Africa e dal Medio Oriente
approdando nel golfo di Cagliari; dalla penisola italiana, forse
Etruschi, approdando in Gallura.
In una grotta dell'isolotto di Santo Stefano nell'arcipelago della
Maddalena sono stati rinvenuti oggetti d'uso comune e avanzi di
pasti. La continuità della presenza è confermata
dal ritrovamento di ciotole e scodelline in ceramica rozza realizzate
con terre della zona.
L'uomo del Neolitico (così si chiama quel periodo, noto
anche come età della pietra) probabilmente era attirato
nell'isola soprattutto dai giacimenti di ossidiana del Monte
Arci,
presso Oristano. Questa roccia vulcanica vetrosa, nera, veniva
utilizzata per costruire strumenti affilati per la caccia, la
raccolta delle erbe, della legna e per la costruzione d'armi da
guerra. Altri insediamenti umani sono stati riscontrati nelle
grotte in diverse parti dell'isola. L'uomo era un cavernicolo,
sfruttava grotte naturali o ampliava anfratti in rilievi calcarei
e viveva di caccia, pesca e raccolta dei frutti selvatici. Ancora
non aveva conoscenze o ingegno per costruirsi abitazioni autonome.
Nel Neolitico Medio, invece, pur continuando ad abitare nelle
grotte, l'uomo sardo lascia tracce che denotano un continuo evolversi
delle sue capacità e del suo desiderio di conoscere. Le
ciotole e i vasi in ceramica sono più evoluti, lavorati
e decorati con gusto; comincia a produrre, sempre con la ceramica,
figure umane; gli utensili di ossidiana o d'osso sono sempre più
rifiniti. I reperti risalenti a tale epoca dimostrano, poi, una
presenza ormai diffusa e radicata su tutto il territorio isolano.
Nel Neolitico recente, l'uomo sardo ha completato la sua rivoluzione
culturale. Le grotte non sono più l'unico tipo di dimora.
Sono presenti molti villaggi di capanne fatte con frasche cui
si aggiungevano in certi casi supporti e sostegni ottenuti con
le pietre. La pratica della caccia e della pesca hanno ormai una
tecnica specializzata.
Solo verso l'inizio dell'Età Nuragica (1700-1500 a.C.)
si notano i segni, negli strati archeologici, di una primitiva
pastorizia e di una rudimentale agricoltura. Risale a questo periodo
lo scavo delle famose domus de janas (letteralmente "case
delle fate"), che sono tombe collettive, semplici inizialmente,
più complesse in seguito, dove i morti venivano seppelliti
con il rito dell'inumazione: veniva praticata spesso anche la
perforazione del cranio, poiché forse si attribuiva un
significato magico-taumaturgico alla rondella ossea così
ottenuta. Un altro tipo di sepoltura, utilizzata talvolta anche
dai nuragici, è quella del Dolmen,in cui alcune
lastre di pietra infisse nel terreno sorreggono un lastrone di
copertura.
L'uomo sardo infine scopre e comprende l'importanza dei metalli,
il cui utilizzo segna idealmente la linea di demarcazione con
l'Età Nuragica.
L'era
dei Nuraghi
Dal 1600 al 600 a.C. si sviluppa nell'isola la Civiltà
nuragica, che raggiunge il suo apogeo intorno al 1000 a.C. E'
questa un'epoca che segna la Sardegna fino ai giorni nostri.
Le vestigia di questo periodo hanno infatti attraversato quattromila
anni portando intatto il loro bagaglio di mistero e di storia.
I sardi utilizzarono i nuraghi come dimore, fortezze
e avamposti presumibilmente per circa duemila anni, praticamente
fino agli albori della cristianità.
Le torri nuragiche furono costruite con la tecnica della "falsa
volta", ossia ponendo degli anelli di massi sempre più
vicini verso l'interno, a formare così la sala principale
della costruzione.
Inizialmente i nuraghi erano costituiti da una sola torre (a
due o anche tre piani). In seguito, quando gli avvenimenti storici
nel Mar Mediterraneo avevano indicato come imminente l'invasione
dell'isola, essi furono rinforzati da altre torri e bastioni
difensivi. Intorno ai nuraghi, anche se non sempre, troviamo
un certo numero di capanne: si tratta di villaggi che furono
costruiti spesso anche attorno ai santuari nuragici e
ai pozzi sacri dove l'acqua, da sempre scarsa nell'isola,
veniva adorata come una divinità. Tra il 900 ed il 500
a.C. si sviluppano villaggi come Barumini, Serra Orrios, Tìscali
(Oliena, NU) ed i santuari di Santa Cristina (OR), Santa Vittoria
a Serri.
Sono di questo periodo anche le prime statuette di pietra ed
i bronzetti nuragici. Questi, fusi da provetti artigiani, sono
la prova dell'esistenza di una popolazione suddivisa in tribù
che vivevano intorno ai nuraghi per una questione di difesa
dai nemici sia isolani sia esterni. La società era guidata
da un capo e dai sacerdoti e formata da contadini, artigiani,
pastori e guerrieri.
Le sepolture tipiche di questo periodo sono chiamate Tombe
dei giganti: come è possibile denotare da degli esempi
ben conservatisi, esse constano di un lungo territorio di grandi
massi squadrati, che costituisce la tomba collettiva, e di un'esedra
ad arco, al centro della quale si trova una monumentale stele
alta spesso oltre tre metri e del peso di alcune tonnellate.
I nuraghe attualmente visibili sono circa settemila e sono presenti
su tutto il territorio sardo: lungo la costa, in pianura, prevalentemente
in collina e sugli altopiani, ma anche in emergenze rocciose
morfologicamente inospitali e ad oltre 1000 metri di quota sul
massiccio del Gennargentu.
Cartagine
e Roma nell'Isola
Le popolazioni della Sardegna ebbero pochi nemici esterni all'isola,
perlomeno fino a circa il 500 a.C.
Fino a quel periodo le lotte furono esclusivamente tra gli stessi
sardi nuragici per questioni di territorio, di bestiame, supremazia
di un gruppo sull'altro ecc..
Intorno all'800 a.C. giunsero nell'isola i Fenici che,
fondando nelle zone meridionali costiere varie colonie da usare
come basi per i loro traffici commerciali, contribuirono a sviluppare
nell'isola l'attività mineraria, l'agricoltura e la pastorizia.
Fu una pacifica convivenza fatta di scambi di merci. I fenici,
abili navigatori, coprivano le rotte che dall'Africa portavano
alla Spagna e alla Francia e scambiavano le merci che trasportavano
con prodotti delle miniere sarde o capi di allevamento o prodotti
dei campi.
L'importanza della Sardegna aumenta nel 509 a.C. quando Cartagine
se ne impossessa, sottomettendo dopo dure battaglie le popolazioni
delle zone costiere, mentre buona parte dei sardi ripararono
nelle aree più interne, dove continuarono la loro lotta
ogni volta che i punici provavano ad occupare anche quelle terre.
I Cartaginesi fondarono numerose colonie puniche dove
già erano quelle fenicie (Karalis, Bithia, Nora, Sulci,
Tharros, Cornus) imponendo la loro crudele religione che voleva
il sacrificio alle divinità dei primogeniti delle famiglie
nobili e sviluppando in Sardegna la coltivazione del grano.
Essi migliorarono anche i sistemi di pesca e fecero conoscere
l'estrazione del sale marino. Il popolo dell'isola finì
con l'integrarsi con la cultura punica ed i Cartaginesi consideravano
la Sardegna alla pari con la patria. Le città sardo-puniche
erano realmente autonome, con un vero e proprio governo assistito
dalle assemblee degli anziani e del popolo, e con una propria
religiosità.
I Romani subentrarono ai Cartaginesi nell'intervallo
tra la prima e la seconda guerra punica (238 a.C.), incrementando
ulteriormente la coltura cerealicola. Abili costruttori di vie
di comunicazione, raggiunsero tutte le zone interne dove da
tempo abitavano quelle popolazioni che i punici non erano riusciti
a sottomettere. Dopo aspre battaglie anche quei territori furono
sottomessi, ma mai completamente. Roma non riuscì infatti
a conquistare la Barbagia e preferì allentare la morsa
su queste fiere popolazioni per dedicarsi ad un miglior controllo
delle aree costiere e delle zone produttive, come le miniere
e la piana del Campidano, "granaio di Roma". Quando
nei domini romani cominciò a diffondersi il cristianesimo,
la Sardegna divenne terra di esilio per quanti riuscirono ad
evitare la morte. I cristiani esiliati erano solitamente condannati
a lavorare nelle miniere e la loro presenza e le loro testimonianze
radicarono velocemente il cristianesimo nell'isola. Numerosi
furono i martiri isolani: Efisio, Saturnino, Gavino, Reparata,
Restituta, solo per citarne alcuni.
Nella prima età imperiale (sec I-III d.C.), la Sardegna
vive un periodo di pace e di grande prosperità: nelle
città e nell'interno dell'isola sorgono ville, palazzi,
templi, terme. I commerci floridissimi si basano sulla ricca
produzione granaria, sull'allevamento del bestiame negli sconfinati
pascoli, sull'attività mineraria e quella industriale
(granito, terrecotte, ecc.).
Il
Medioevo
Alla caduta dell'Impero Romano, una Sardegna molto impoverita
conosce l'invasione dei Vandali (456 d.C.), che la occuperanno
per circa 80 anni aggravandone ulteriormente la situazione economica,
quindi passa sotto il distratto e rapace dominio dei Bizantini
(Impero Romano d'Oriente), sotto il quale rimane fino a epoca
tarda costituendo una delle sette province della prefettura
africana. Bisanzio esercitò una politica di vera e propria
spoliazione; l'isola, perciò, strinse legami sempre più
stretti con la Chiesa, la quale si adoperò per una migliore
riorganizzazione della Sardegna in campo religioso e civile.
Intorno al 752 gli arabi (Saraceni) organizzarono un
grosso corpo di spedizione e, dopo numerosi massacri, riuscirono
a conquistare l'isola, seppur parzialmente.
Sempre più isolata da Bisanzio (IX secolo), la Sardegna
si appresta a vivere un momento storico molto importante ed
affascinante: quello dei Giudicati. Pur subendo l'influenza
delle potenti città marinare di Pisa e Genova, l'isola
si amministra con proprie leggi e governanti, suddividendo il
territorio in quattro "regni": a nord il Giudicato
di Gallura con capitale Civita (Olbia) e quello di Logudoro,
con capitale prima Turris (Porto Torres), poi Ardara, poi Sassari;
al centro il Giudicato di Arborea, con capitale prima
Tharros e poi Oristano, e a sud quello di Cagliari, con
capitale l'omonima città.
Anche se le coste sono abbandonate a causa delle incursioni
piratesche, all'interno dell'isola fiorisce la civiltà
medioevale dei castelli e delle chiese romaniche, diffuse soprattutto
nelle zone di Cagliari e Sassari. Le chiese vennero costruite
prevalentemente dai monaci dei vari ordini che giunsero nell'isola,
e nello stile subirono soprattutto influssi pisani (ma anche
francesi): i numerosi conventi furono così centri di
vita economica, culturale e religiosa.
La
fine dei "Giudicati"
Nonostante le lotte tra Pisa e Genova per il predominio sull'isola
e le scorrerie saracene, il periodo dei Giudicati fu molto importante
sia per il miglioramento del tenore di vita, sia soprattutto
per la formazione di una prima libera coscienza globale di tutti
i sardi. Questa si manifestò nel momento in cui il Papato,
che aveva una sorta di protettorato sull'isola, decise di designare
come re di Sardegna Giacomo II d'Aragona (4 aprile 1297), provocando
la reazione dei Giudicati.
Prima che gli Aragonesi potessero conquistare l'isola
passarono parecchi anni. In particolare fu il Giudicato d'Arborea
ad opporsi alla dominazione aragonese, unendo i Sardi sotto
la guida di Mariano IV e poi della figlia Eleonora (moglie del
genovese Brancaleone Doria), un'eroina amata e conosciuta da
tutti i Sardi. La sua fama è particolarmente legata alla
promulgazione di una sere completa di leggi in lingua sarda,
la famosa Carta de Logu. In essa venivano regolamentate
tutte le forme di attività de "su logu d'Arborea"
(il territorio del Giudicato) e stabilite le nuove pene per
i vari delitti: ne risultò un esempio di legislazione
ispirata al Diritto Romano che ha pochissimi riscontri nel resto
d'Europa di quell'epoca.
Il Giudicato d'Arborea tentò anche l'unificazione dell'isola
e quasi vi riuscì quando, dopo quarant'anni di battaglie,
tutta la Sardegna, escluse le città di Cagliari e Alghero,
fu sotto il suo dominio.
Il sogno si interruppe nel 1409, quando Martino il Giovane,
re di Aragona, sconfisse i Sardi e conquistò definitivamente
tutta la Sardegna. Alla sua morte non lasciò eredi e,
attraverso alcuni passaggi dinastici, la Sardegna passò
sotto la Corona di Spagna.
Nel 1478 la sconfitta dei Giudici di Arborea ad opera degli
Spagnoli, nella battaglia di Macomer, segnò la
fine del giudicato di Arborea.
La
dominazione Aragonese e Spagnola
Dal 1323 al 1720 la Sardegna rimase sotto la dominazione spagnola,
assimilandone un'infinità di tradizioni e culture. La
pessima amministrazione degli Spagnoli fece in modo che i progressi,
faticosamente conquistati sotto i Giudicati, si perdessero.
Il malgoverno dei viceré predoni, la prepotenza dei feudatari,
le pestilenze, le carestie e le incursioni piratesche precipitarono
l'isola in una grave situazione di crisi, abbandono e decadenza,
tanto che la popolazione diminuì drasticamente. L'agricoltura
(in pianura ed in collina) e la pastorizia (in montagna) rimasero
le uniche attività di una popolazione che viveva ritirata
in piccoli paesi, separati tra loro da grandi distese solitarie
attraversate da poche strade insicure ed in abbandono.
Dalla Spagna giunsero però anche importanti influssi
artistici che diedero, per tre secoli, lo stile Gotico-Aragonese
a numerosi monumenti (in particolare chiese parrocchiali, attualmente
di grande interesse perché piuttosto rare nel resto d'Italia).
In questo periodo nell'isola è quasi del tutto assente
quell'arte rinascimentale che invece era di primaria importanza
all'epoca nella penisola: questo a sottolineare il notevole
isolamento e la scarsità di rapporti con il continente
italiano.
La Sardegna rimase in mani spagnole per tutto il XVII secolo
ma, avendo la Spagna spostato i suoi interessi dal Mediterraneo
all'Oceano Atlantico, essa altro non era se non un regno emarginato
di un impero Mondiale.
Dal
Regno di Sardegna al Regno d'Italia
A seguito del trattato di Londra del 1718, l'isola passò
al Piemonte, avvicinandosi alla realtà della penisola
italiana cui i Sardi sentivano di appartenere più che
alla Spagna. I Savoia, attraverso un processo di integrazione,
fecero del Piemonte e della Sardegna un unico regno: il regno
di Sardegna.
Sotto i piemontesi le condizioni generali della popolazione
migliorarono lievemente grazie alla sistemazione di alcune strade
e porti, alla colonizzazione di alcune zone costiere (con addirittura
la fondazione di tre cittadine: Carloforte, La Maddalena e Santa
Teresa di Gallura) e ad alcune riforme in campo legislativo.
Dopo il 1792 la Sardegna entrò nelle mire dei francesi,
i quali tentarono in più di un'occasione di occupare
l'isola con la loro flotta, rimanendo però ripetutamente
sconfitti grazie alla strenua opposizione messa in atto dal
popolo sardo. Del valore dei Sardi si parlò anche in
Europa, ma i Savoia ricompensarono solamente gli ufficiali piemontesi,
provocando il risentimento dei Sardi ed il rilancio di tendenze
indipendentiste. I Savoia risposero concedendo riforme e attuando
miglioramenti in ogni campo, infine fermarono la rivolta attuando
una sanguinosa repressione.
Al termine delle guerre di Indipendenza, cominciate il 1848,
il Regno di Sardegna si trasformò in Regno di Italia:
era il 1861.
I
tempi moderni
Il periodo seguente alla costituzione del Regno d'Italia segnò
per la Sardegna una fase di sviluppo e di trasformazione per
la vita economica, tuttavia non si può affermare che
l'isola abbia conosciuto momenti di grande prosperità.
Dal punto di vista politico si è arrivati con grande
lentezza e fatica ad una sorta di autonomia mai utilizzata appieno.
Durante il ventennio fascista i problemi dell'isola rimasero
quelli soliti, nonostante le bonifiche (Arborea) e lo sfruttamento
delle miniere di carbone (Carbonia è stata costruita
nel 1938).
Durante la seconda guerra mondiale la Sardegna fu destinata,
per la sua posizione geografica, ad essere la base aerea per
le operazioni nel Mediterraneo. La città di Cagliari
ebbe il 75% delle case distrutte dai bombardamenti alleati.
Il 28 febbraio 1948 l'Assemblea Costituente approvò lo
Statuto Sardo, tutt'ora vigente.
La Sardegna ha conosciuto, e conosce tuttora, movimenti di emigrazione
e di spopolamento piuttosto consistenti. L'economia industriale
è stata quasi fallimentare. L'agricoltura e l'allevamento
garantiscono potenzialmente una buona redditività ma
necessitano di strategie più incisive per non restare
isolati in un mercato quasi di "nicchia".
Solo in questi ultimi anni il turismo lascia intravedere le
sue enormi potenzialità. Ancora troppo poche per un'isola
da sempre troppo isolata.