La Storia della Sardegna

 

 

INTRODUZIONE

Al di là delle diverse teorie che fanno ascendere l'origine della Sardegna al continuo e lento movimento della crosta terrestre che ha separato questo lembo di terra dal tavolato africano, o che identificano l'isola come l'unica testimonianza rimasta della mitica Tirrenide, o ancora affermano ch'essa derivi dal sollevamento di un enorme basamento granitico, è certo che la Sardegna è una terra antichissima, assai più antica del resto d'Italia. A detta degli studiosi la prima porzione che emerse, quella corrispondente all'attuale territorio del Sulcis, risale addirittura a circa 400 milioni di anni fa.
Per capire la realtà attuale della Sardegna è dunque indispensabile rivolgere per un attimo lo sguardo al suo passato, alle vicende storiche che hanno plasmato il paesaggio ed il popolo sardo: la solitudine delle vaste distese montane e costiere, l'ospitalità innata, il mare trasparente, gli sgargianti costumi, e tutti quei contrasti che non finiranno mai di stupire il turista attento, e non verranno mai conosciuti e valorizzati abbastanza.
Parleremo della Storia della Sardegna dividendola nei principali periodi e accadimenti dell'isola, partendo dalla preistoria per arrivare sino ai giorni nostri:

La Preistoria

I primi uomini giunsero nell'isola in un intervallo di tempo compreso tra il 6000 e il 3000 a.C. Presumibilmente, ma tanto vi è ancora da scoprire e studiare, l'uomo arrivò dal mare e da diverse direzioni: dalla Spagna, approdando nei pressi degli stagni di Cabras e Santa Giusta; dall'Africa e dal Medio Oriente approdando nel golfo di Cagliari; dalla penisola italiana, forse Etruschi, approdando in Gallura.
In una grotta dell'isolotto di Santo Stefano nell'arcipelago della Maddalena sono stati rinvenuti oggetti d'uso comune e avanzi di pasti. La continuità della presenza è confermata dal ritrovamento di ciotole e scodelline in ceramica rozza realizzate con terre della zona.
L'uomo del Neolitico (così si chiama quel periodo, noto anche come età della pietra) probabilmente era attirato nell'isola soprattutto dai giacimenti di ossidiana del Monte Arci, presso Oristano. Questa roccia vulcanica vetrosa, nera, veniva utilizzata per costruire strumenti affilati per la caccia, la raccolta delle erbe, della legna e per la costruzione d'armi da guerra. Altri insediamenti umani sono stati riscontrati nelle grotte in diverse parti dell'isola. L'uomo era un cavernicolo, sfruttava grotte naturali o ampliava anfratti in rilievi calcarei e viveva di caccia, pesca e raccolta dei frutti selvatici. Ancora non aveva conoscenze o ingegno per costruirsi abitazioni autonome.
Nel Neolitico Medio, invece, pur continuando ad abitare nelle grotte, l'uomo sardo lascia tracce che denotano un continuo evolversi delle sue capacità e del suo desiderio di conoscere. Le ciotole e i vasi in ceramica sono più evoluti, lavorati e decorati con gusto; comincia a produrre, sempre con la ceramica, figure umane; gli utensili di ossidiana o d'osso sono sempre più rifiniti. I reperti risalenti a tale epoca dimostrano, poi, una presenza ormai diffusa e radicata su tutto il territorio isolano.
Nel Neolitico recente, l'uomo sardo ha completato la sua rivoluzione culturale. Le grotte non sono più l'unico tipo di dimora. Sono presenti molti villaggi di capanne fatte con frasche cui si aggiungevano in certi casi supporti e sostegni ottenuti con le pietre. La pratica della caccia e della pesca hanno ormai una tecnica specializzata.
Solo verso l'inizio dell'Età Nuragica (1700-1500 a.C.) si notano i segni, negli strati archeologici, di una primitiva pastorizia e di una rudimentale agricoltura. Risale a questo periodo lo scavo delle famose domus de janas (letteralmente "case delle fate"), che sono tombe collettive, semplici inizialmente, più complesse in seguito, dove i morti venivano seppelliti con il rito dell'inumazione: veniva praticata spesso anche la perforazione del cranio, poiché forse si attribuiva un significato magico-taumaturgico alla rondella ossea così ottenuta. Un altro tipo di sepoltura, utilizzata talvolta anche dai nuragici, è quella del Dolmen,in cui alcune lastre di pietra infisse nel terreno sorreggono un lastrone di copertura.
L'uomo sardo infine scopre e comprende l'importanza dei metalli, il cui utilizzo segna idealmente la linea di demarcazione con l'Età Nuragica.

L'era dei Nuraghi


Dal 1600 al 600 a.C. si sviluppa nell'isola la Civiltà nuragica, che raggiunge il suo apogeo intorno al 1000 a.C. E' questa un'epoca che segna la Sardegna fino ai giorni nostri. Le vestigia di questo periodo hanno infatti attraversato quattromila anni portando intatto il loro bagaglio di mistero e di storia. I sardi utilizzarono i nuraghi come dimore, fortezze e avamposti presumibilmente per circa duemila anni, praticamente fino agli albori della cristianità.
Le torri nuragiche furono costruite con la tecnica della "falsa volta", ossia ponendo degli anelli di massi sempre più vicini verso l'interno, a formare così la sala principale della costruzione.
Inizialmente i nuraghi erano costituiti da una sola torre (a due o anche tre piani). In seguito, quando gli avvenimenti storici nel Mar Mediterraneo avevano indicato come imminente l'invasione dell'isola, essi furono rinforzati da altre torri e bastioni difensivi. Intorno ai nuraghi, anche se non sempre, troviamo un certo numero di capanne: si tratta di villaggi che furono costruiti spesso anche attorno ai santuari nuragici e ai pozzi sacri dove l'acqua, da sempre scarsa nell'isola, veniva adorata come una divinità. Tra il 900 ed il 500 a.C. si sviluppano villaggi come Barumini, Serra Orrios, Tìscali (Oliena, NU) ed i santuari di Santa Cristina (OR), Santa Vittoria a Serri.
Sono di questo periodo anche le prime statuette di pietra ed i bronzetti nuragici. Questi, fusi da provetti artigiani, sono la prova dell'esistenza di una popolazione suddivisa in tribù che vivevano intorno ai nuraghi per una questione di difesa dai nemici sia isolani sia esterni. La società era guidata da un capo e dai sacerdoti e formata da contadini, artigiani, pastori e guerrieri.
Le sepolture tipiche di questo periodo sono chiamate Tombe dei giganti: come è possibile denotare da degli esempi ben conservatisi, esse constano di un lungo territorio di grandi massi squadrati, che costituisce la tomba collettiva, e di un'esedra ad arco, al centro della quale si trova una monumentale stele alta spesso oltre tre metri e del peso di alcune tonnellate.
I nuraghe attualmente visibili sono circa settemila e sono presenti su tutto il territorio sardo: lungo la costa, in pianura, prevalentemente in collina e sugli altopiani, ma anche in emergenze rocciose morfologicamente inospitali e ad oltre 1000 metri di quota sul massiccio del Gennargentu.

Cartagine e Roma nell'Isola


Le popolazioni della Sardegna ebbero pochi nemici esterni all'isola, perlomeno fino a circa il 500 a.C.
Fino a quel periodo le lotte furono esclusivamente tra gli stessi sardi nuragici per questioni di territorio, di bestiame, supremazia di un gruppo sull'altro ecc..
Intorno all'800 a.C. giunsero nell'isola i Fenici che, fondando nelle zone meridionali costiere varie colonie da usare come basi per i loro traffici commerciali, contribuirono a sviluppare nell'isola l'attività mineraria, l'agricoltura e la pastorizia. Fu una pacifica convivenza fatta di scambi di merci. I fenici, abili navigatori, coprivano le rotte che dall'Africa portavano alla Spagna e alla Francia e scambiavano le merci che trasportavano con prodotti delle miniere sarde o capi di allevamento o prodotti dei campi.
L'importanza della Sardegna aumenta nel 509 a.C. quando Cartagine se ne impossessa, sottomettendo dopo dure battaglie le popolazioni delle zone costiere, mentre buona parte dei sardi ripararono nelle aree più interne, dove continuarono la loro lotta ogni volta che i punici provavano ad occupare anche quelle terre. I Cartaginesi fondarono numerose colonie puniche dove già erano quelle fenicie (Karalis, Bithia, Nora, Sulci, Tharros, Cornus) imponendo la loro crudele religione che voleva il sacrificio alle divinità dei primogeniti delle famiglie nobili e sviluppando in Sardegna la coltivazione del grano. Essi migliorarono anche i sistemi di pesca e fecero conoscere l'estrazione del sale marino. Il popolo dell'isola finì con l'integrarsi con la cultura punica ed i Cartaginesi consideravano la Sardegna alla pari con la patria. Le città sardo-puniche erano realmente autonome, con un vero e proprio governo assistito dalle assemblee degli anziani e del popolo, e con una propria religiosità.
I Romani subentrarono ai Cartaginesi nell'intervallo tra la prima e la seconda guerra punica (238 a.C.), incrementando ulteriormente la coltura cerealicola. Abili costruttori di vie di comunicazione, raggiunsero tutte le zone interne dove da tempo abitavano quelle popolazioni che i punici non erano riusciti a sottomettere. Dopo aspre battaglie anche quei territori furono sottomessi, ma mai completamente. Roma non riuscì infatti a conquistare la Barbagia e preferì allentare la morsa su queste fiere popolazioni per dedicarsi ad un miglior controllo delle aree costiere e delle zone produttive, come le miniere e la piana del Campidano, "granaio di Roma". Quando nei domini romani cominciò a diffondersi il cristianesimo, la Sardegna divenne terra di esilio per quanti riuscirono ad evitare la morte. I cristiani esiliati erano solitamente condannati a lavorare nelle miniere e la loro presenza e le loro testimonianze radicarono velocemente il cristianesimo nell'isola. Numerosi furono i martiri isolani: Efisio, Saturnino, Gavino, Reparata, Restituta, solo per citarne alcuni.
Nella prima età imperiale (sec I-III d.C.), la Sardegna vive un periodo di pace e di grande prosperità: nelle città e nell'interno dell'isola sorgono ville, palazzi, templi, terme. I commerci floridissimi si basano sulla ricca produzione granaria, sull'allevamento del bestiame negli sconfinati pascoli, sull'attività mineraria e quella industriale (granito, terrecotte, ecc.).

Il Medioevo


Alla caduta dell'Impero Romano, una Sardegna molto impoverita conosce l'invasione dei Vandali (456 d.C.), che la occuperanno per circa 80 anni aggravandone ulteriormente la situazione economica, quindi passa sotto il distratto e rapace dominio dei Bizantini (Impero Romano d'Oriente), sotto il quale rimane fino a epoca tarda costituendo una delle sette province della prefettura africana. Bisanzio esercitò una politica di vera e propria spoliazione; l'isola, perciò, strinse legami sempre più stretti con la Chiesa, la quale si adoperò per una migliore riorganizzazione della Sardegna in campo religioso e civile.
Intorno al 752 gli arabi (Saraceni) organizzarono un grosso corpo di spedizione e, dopo numerosi massacri, riuscirono a conquistare l'isola, seppur parzialmente.
Sempre più isolata da Bisanzio (IX secolo), la Sardegna si appresta a vivere un momento storico molto importante ed affascinante: quello dei Giudicati. Pur subendo l'influenza delle potenti città marinare di Pisa e Genova, l'isola si amministra con proprie leggi e governanti, suddividendo il territorio in quattro "regni": a nord il Giudicato di Gallura con capitale Civita (Olbia) e quello di Logudoro, con capitale prima Turris (Porto Torres), poi Ardara, poi Sassari; al centro il Giudicato di Arborea, con capitale prima Tharros e poi Oristano, e a sud quello di Cagliari, con capitale l'omonima città.
Anche se le coste sono abbandonate a causa delle incursioni piratesche, all'interno dell'isola fiorisce la civiltà medioevale dei castelli e delle chiese romaniche, diffuse soprattutto nelle zone di Cagliari e Sassari. Le chiese vennero costruite prevalentemente dai monaci dei vari ordini che giunsero nell'isola, e nello stile subirono soprattutto influssi pisani (ma anche francesi): i numerosi conventi furono così centri di vita economica, culturale e religiosa.

La fine dei "Giudicati"


Nonostante le lotte tra Pisa e Genova per il predominio sull'isola e le scorrerie saracene, il periodo dei Giudicati fu molto importante sia per il miglioramento del tenore di vita, sia soprattutto per la formazione di una prima libera coscienza globale di tutti i sardi. Questa si manifestò nel momento in cui il Papato, che aveva una sorta di protettorato sull'isola, decise di designare come re di Sardegna Giacomo II d'Aragona (4 aprile 1297), provocando la reazione dei Giudicati.
Prima che gli Aragonesi potessero conquistare l'isola passarono parecchi anni. In particolare fu il Giudicato d'Arborea ad opporsi alla dominazione aragonese, unendo i Sardi sotto la guida di Mariano IV e poi della figlia Eleonora (moglie del genovese Brancaleone Doria), un'eroina amata e conosciuta da tutti i Sardi. La sua fama è particolarmente legata alla promulgazione di una sere completa di leggi in lingua sarda, la famosa Carta de Logu. In essa venivano regolamentate tutte le forme di attività de "su logu d'Arborea" (il territorio del Giudicato) e stabilite le nuove pene per i vari delitti: ne risultò un esempio di legislazione ispirata al Diritto Romano che ha pochissimi riscontri nel resto d'Europa di quell'epoca.
Il Giudicato d'Arborea tentò anche l'unificazione dell'isola e quasi vi riuscì quando, dopo quarant'anni di battaglie, tutta la Sardegna, escluse le città di Cagliari e Alghero, fu sotto il suo dominio.
Il sogno si interruppe nel 1409, quando Martino il Giovane, re di Aragona, sconfisse i Sardi e conquistò definitivamente tutta la Sardegna. Alla sua morte non lasciò eredi e, attraverso alcuni passaggi dinastici, la Sardegna passò sotto la Corona di Spagna.
Nel 1478 la sconfitta dei Giudici di Arborea ad opera degli Spagnoli, nella battaglia di Macomer, segnò la fine del giudicato di Arborea.

La dominazione Aragonese e Spagnola


Dal 1323 al 1720 la Sardegna rimase sotto la dominazione spagnola, assimilandone un'infinità di tradizioni e culture. La pessima amministrazione degli Spagnoli fece in modo che i progressi, faticosamente conquistati sotto i Giudicati, si perdessero. Il malgoverno dei viceré predoni, la prepotenza dei feudatari, le pestilenze, le carestie e le incursioni piratesche precipitarono l'isola in una grave situazione di crisi, abbandono e decadenza, tanto che la popolazione diminuì drasticamente. L'agricoltura (in pianura ed in collina) e la pastorizia (in montagna) rimasero le uniche attività di una popolazione che viveva ritirata in piccoli paesi, separati tra loro da grandi distese solitarie attraversate da poche strade insicure ed in abbandono.
Dalla Spagna giunsero però anche importanti influssi artistici che diedero, per tre secoli, lo stile Gotico-Aragonese a numerosi monumenti (in particolare chiese parrocchiali, attualmente di grande interesse perché piuttosto rare nel resto d'Italia). In questo periodo nell'isola è quasi del tutto assente quell'arte rinascimentale che invece era di primaria importanza all'epoca nella penisola: questo a sottolineare il notevole isolamento e la scarsità di rapporti con il continente italiano.
La Sardegna rimase in mani spagnole per tutto il XVII secolo ma, avendo la Spagna spostato i suoi interessi dal Mediterraneo all'Oceano Atlantico, essa altro non era se non un regno emarginato di un impero Mondiale.

Dal Regno di Sardegna al Regno d'Italia


A seguito del trattato di Londra del 1718, l'isola passò al Piemonte, avvicinandosi alla realtà della penisola italiana cui i Sardi sentivano di appartenere più che alla Spagna. I Savoia, attraverso un processo di integrazione, fecero del Piemonte e della Sardegna un unico regno: il regno di Sardegna.
Sotto i piemontesi le condizioni generali della popolazione migliorarono lievemente grazie alla sistemazione di alcune strade e porti, alla colonizzazione di alcune zone costiere (con addirittura la fondazione di tre cittadine: Carloforte, La Maddalena e Santa Teresa di Gallura) e ad alcune riforme in campo legislativo.
Dopo il 1792 la Sardegna entrò nelle mire dei francesi, i quali tentarono in più di un'occasione di occupare l'isola con la loro flotta, rimanendo però ripetutamente sconfitti grazie alla strenua opposizione messa in atto dal popolo sardo. Del valore dei Sardi si parlò anche in Europa, ma i Savoia ricompensarono solamente gli ufficiali piemontesi, provocando il risentimento dei Sardi ed il rilancio di tendenze indipendentiste. I Savoia risposero concedendo riforme e attuando miglioramenti in ogni campo, infine fermarono la rivolta attuando una sanguinosa repressione.
Al termine delle guerre di Indipendenza, cominciate il 1848, il Regno di Sardegna si trasformò in Regno di Italia: era il 1861.

I tempi moderni


Il periodo seguente alla costituzione del Regno d'Italia segnò per la Sardegna una fase di sviluppo e di trasformazione per la vita economica, tuttavia non si può affermare che l'isola abbia conosciuto momenti di grande prosperità. Dal punto di vista politico si è arrivati con grande lentezza e fatica ad una sorta di autonomia mai utilizzata appieno.
Durante il ventennio fascista i problemi dell'isola rimasero quelli soliti, nonostante le bonifiche (Arborea) e lo sfruttamento delle miniere di carbone (Carbonia è stata costruita nel 1938).
Durante la seconda guerra mondiale la Sardegna fu destinata, per la sua posizione geografica, ad essere la base aerea per le operazioni nel Mediterraneo. La città di Cagliari ebbe il 75% delle case distrutte dai bombardamenti alleati.
Il 28 febbraio 1948 l'Assemblea Costituente approvò lo Statuto Sardo, tutt'ora vigente.
La Sardegna ha conosciuto, e conosce tuttora, movimenti di emigrazione e di spopolamento piuttosto consistenti. L'economia industriale è stata quasi fallimentare. L'agricoltura e l'allevamento garantiscono potenzialmente una buona redditività ma necessitano di strategie più incisive per non restare isolati in un mercato quasi di "nicchia".
Solo in questi ultimi anni il turismo lascia intravedere le sue enormi potenzialità. Ancora troppo poche per un'isola da sempre troppo isolata.